“Noi ci abbiamo creduto”, il gen. Marcello Bellacicco commuove ed emoziona col racconto del suo Afghanistan

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La presentazione del libro
La presentazione del libro del gen.C.A. Bellacicco a Palazzo Bonin Longare

Era gremita la sala Palladio di Palazzo Bonin Longare, dove ha avuto luogo la presentazione del libro del Gen.C.A. Marcello Bellacicco “Noi ci abbiamo creduto”, organizzata dalla sezione Ana di Vicenza. Ad ascoltare il racconto del generale c’erano le autorità cittadine, una buona rappresentanza del mondo della scuola, a partire Dirigente scolastica provinciale dott.ssa Nicoletta Morbioli, l’Associazione alunni del Liceo Quadri, e tutti i Service Club della città di Vicenza, oltre naturalmente a numerosi alpini.

Lino Marchiori, presidente degli Alpini di Vicenza, ha fatto gli onori di casa, ringraziando gli industriali per lo spazio concesso e i presenti per aver accolto l’invito, e definendo la presentazione del libro uno modo di “servire”, di condividere i valori alpini, sperando di instaurare un confronto costruttivo soprattutto con le nuove generazioni.

Il racconto del generale Bellacicco è stato efficace, drammatico e avvincente e nello stesso tempo chiaro e comprensibile. È partito dal perché ha scritto il libro, dal ritiro delle forze di pace dall’Afghanistan nel 2021, che a molti che – come lui – hanno speso impegno ed energie nella lunga missione di pace in quel tormentato territorio, aveva lasciato un senso di delusione e la terribile domanda “ma ne è valsa la pena”. Ebbene, la risposta è stata sì, perché lui e tutti i suoi alpini e tutti coloro che in Afghanistan ci sono andati “ci avevano creduto”. A che cosa? Al fatto di essere lì per portare qualcosa di positivo, lasciando il posto un po’ migliore di come l’avevano trovato, come è costume alpino.

Una serie di slide ha accompagnato le parole del generale, che è partito dall’immagine dello sterminato territorio afghano, un paese dalle caratteristiche complesse e diseguali: “Avevamo l’ottavo Reggimento Alpini a nord di Herat, con temperature decisamente sotto lo zero, e il Settimo a sud, in pieno deserto”, abitato da popolazioni diverse tra loro, con le quali bisognava trovare il modo giusto di approcciarsi. Non solo, gli stessi militari in missione di pace provenivano da paesi diversi. “E se i comandi, le tecniche militari, sono più o meno quelle, la mentalità da paese a paese cambia, e chi è al comando deve trovare il modo di interagire con tutti”.

Afghanistan, un paese sterminato
I villaggi afghani nascosti nel deserto

Man mano che il racconto del generale proseguiva, emergevano due cose: una che le missioni di pace non si improvvisano, hanno bisogno di lunga e accurata preparazione sia della logistica sia delle persone, l’altra che le missioni di pace sono davvero di pace. Gli alpini, i militari italiani, e quelli di tutte le altre nazioni, sono andate in Afghanistan per conquistare la fiducia della popolazione, non per combattere i talebani.

presentazione bellacicco
Una missione che non si improvvisa

Bellacicco ha continuato il suo viaggio nel ricordo, unendo momenti poetici, come la bellezza potente del paesaggio dell’Afghanistan o delle notti stellate, con considerazioni pratiche come l’importanza di riconoscere e rispettare l’autorità religiosa, le visite dei politici, con qualche gustoso aneddoto sull’allora ministro della difesa La Russa, “rivale” di fede calcistica (lui interista, Bellacicco juventino), poi il dover gestire la presenza dei giornalisti, peraltro sempre ammessi direttamente sul campo, proprio per mostrare loro come si svolgeva la missione, senza sconti e senza mistificazioni. Poi l’interazione con le forze degli altri paesi, l’ottimo rapporto con il comandante americano Petraeus, tante immagini di vita nei villaggi, della condizione femminile, nettamente migliorata durante la permanenza dei militari in Afghanistan, i pozzi e le strutture sanitarie costruite, i progetti portati avanti secondo un sistema preso poi a modello da tutti i paesi occidentali, per equità ed efficacia. Naturalmente poi c’era anche da combattere, perché i talebani erano sempre in agguato: il dramma delle esplosioni, causate da ordigni spesso rudimentali, tanto che tutti i militari in missione dovevano sapere come erano costruiti e come imparare a riconoscerli, eppure ogni tanto qualcuno scoppiava, causando feriti e in due occasioni anche uccidendo; poi il dilemma, la scelta se sparare o no, in considerazione del fatto che dall’altra parte oltre al nemico c’è sempre un villaggio inerme, poi le tragedie degli alpini morti in servizio. Che sono stati 7 durante i suoi sei mesi di missione “E non c’è giorno – ha concluso Bellacicco – in cui non pensi a loro.”