
Gli ispettori della polizia scientifica di Roma hanno confermato in aula a Vicenza la corrispondenza tra l’impronta trovata sul silenziatore dell’arma e quella di Umberto Pietrolungo, accusato del duplice omicidio dei coniugi Fioretto.
Il caso – lo ricordiamo – è quello dell’omicidio, avvenuto il 25 febbraio 1991 nel cortile della loro abitazione a Vicenza, del noto avvocato vicentino e di sua moglie, Mafalda Begnozzi, entrambi freddati da due sicari, uno dei quali – appunto – si ritene sia il calabrese affiliato al clan Muto di Cetraro e attualmente detenuto a Cosenza per altri reati.
Nel corso dell’udienza di ieri, gli investigatori hanno testimoniato di aver trovato una corrispondenza tra l’impronta sulla pistola e quella dell’uomo, registrata nel 1991 durante un arresto per furto in Liguria.
Questa prova si aggiunge al Dna trovato sul guanto di pelle utilizzato da uno degli assassini, già considerato una prova importante contro Pietrolungo. I difensori dell’imputato, Mario Bianco, Giuseppe Bruno e Matilde Greselin, hanno richiesto un riesame del Dna, sollevando dubbi sulla conservazione del reperto. Ieri il giudice ha disposto che la nuova analisi sarà effettuata da Luciana Caenazzo, responsabile del laboratorio di genetica forense dell’università di Padova.
Pietrolungo, che ha scelto il rito abbreviato, sarà giudicato sulla base delle nuove perizie e delle indagini che hanno portato al suo arresto l’11 giugno scorso. Il guanto con il suo Dna è stato fondamentale per il mandato di cattura.
Il secondo autore del delitto, il mandante e il movente sono ancora sconosciuti. La procura e la squadra mobile continuano le indagini per fare luce su questi aspetti.