«Regaje, no le xera robe da siori, ma gnanca da pori cani». Una delle ricette di Umberto Riva dal suo libro «Arte culi ’n aria»

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Ricetta di Umberto Riva
Ricetta di Umberto Riva

(Articolo- ricetta del compianto Umberto Riva da VicenzaPiù Viva n. 293sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr).


Umberto Riva, vicentino e tuttologo
Umberto Riva, vicentino e tuttologo

“Arte culi ‘n aria“ è il titolo di una serie di.. articuli così come li ha scritti (l’ultima pubblicazione di quello che ripubblichiamo oggi è del 25 marzo 2022, ndr) Umberto Riva per te che nel piacere della tavola, vedi qualcosa di più: gli articoli sono raccolti insieme alla “biografia” tutta particolare del “maestro” vicentino Umberto Riva nel libro “Arte culi ‘n aria”, le cui ultime copie sono acquistabili anche comodamente nel nostro shop di e-commerce o su Amazon)


Un lettore che si "gusta" Arte culi 'n aria
Un lettore che si “gusta” Arte culi ‘n aria

Nella famosa «botega» del signor Francesco, macellaio e pollivendolo, proprio di fronte alla chiesa di San Marco, niente si buttava. In una terrinetta in terra rossa smaltata bianca con fiorellini, finivano le interiora dei polli quando li «curava».
Erano lì per i clienti. Chissà se le vendeva o se le regalava. I destinatari erano sempre frutto di sue scelte e le scelte erano frutto di ragionamenti tutti suoi. Importante era che c’era sempre qualcuno che ne usufruiva. La misura era una presa fatta con la punta delle dita della mano sinistra, che ne definiva anche la quantità. Le «inscartosava» in carta oleata e le infilava nel cartoccio della spesa fatto sempre di carta oleata e un foglio di carta paglia, quella ricavata dalla paglia del frumento, gialla.
Allora nei negozi alimentari esistevano varie carte: quella bianca detta fioretto come soprainvolto per i formaggi, quella grigio celeste per lo zucchero e le farine, quella azzurra per la pasta come quella che usava la Garofalo per confezionare gli spaghetti di Napoli. C’erano poi i giornali vecchi, particolarmente per la verdura (quando portavi i giornali vecchi alla fruttivendola, ti dava sempre qualcosa). Le famose interiora, una volta a casa, venivano lavate una prima volta, poi aperte per il lungo e raschiate col dorso del coltello per eliminare ogni tipo di sporco, alla fine venivano messe a bagno e rilavate. Mischiate a volte con il fegato del pollo, quando ti capitava, tagliuzzate, finivano in un tegamino di ferro smaltato con cipolla trita ed un po’ di condimento, «profumo de bon».
Si faceva il risotto «riso co ‘e regaje» oppure risotto con le ‘ratatuie’ per il francesismo di quelli dal linguaggio raffinato. Con quella spruzzatina di vino, «va da ‘a siora Catina se par piasere ‘a te da’ mezo bicere de vin bianco«,ne veniva un risotto gustoso e nutriente.
Un piatto domenicale. Le regalie andavano anche con le tagliatelle in brodo dove i fegativi erano d’obbligo, «le taiadee co i figadini«. Quel piatto, «’e tajadee co i figadini», servito alle dodici e trenta proprio alla domenica al rientro dalla messa in San Lorenzo delle ore 11,30, dopo la predica del frate, novello fra Cristoforo, che dal pulpito tuonava spiegando quale fosse il mondo del buoni e quello dei cattivi, indicava la giusta via per la salvezza dell’anima, chiedeva pace e bontà. E quando alla fine, l’organo, forte di tutte le sue canne, frantumava il silenzio, iniziava il rito del pasto domenicale.
«Tajadee in brodo co i figadini» o senza se non c’erano, «un quartin de gaina, un tocheto de manzo e tanti osi da rosegare» per quattro persone. Era domenica, il giorno della carne. Erano quattro persone felici; felici per la messa, per la predica, per la suonata dell’organo e per il ricco pasto. «No le xera robe da si ori, ma gnanca da pori cani».